Formazione iniziale e formazione in itinere.
Riflessioni sull'esperienza in ambito Giscel e Silsis
Questo breve intervento nasce sia dalla mia
esperienza “sul campo” come docente di lettere nella scuola secondaria di
primo grado, sia da quella maturata come membro del Giscel (Gruppo di
intervento e studio nel campo dell’educazione linguistica) sia infine da
quella che ho svolto nell’ambito della Silsis dell’Università Statale di
Milano.
Toccherò brevemente tre aspetti, a mio
avviso strettamente legati
- l’aspetto della motivazione
- l’aspetto della formazione iniziale
- l’aspetto della formazione in itinere e
continua
1. Come insegnanti siamo abituati a
ritenere come fondamentale, quando parliamo dei nostri alunni, il ruolo
della motivazione, al cui interno possiamo distinguere, mi rifaccio a
Boscolo e a Pallotti, una motivazione di tipo sociale (imparo, sono bravo,
così gli altri mi accettano), di tipo strumentale (imparo sono bravo così
diventerò qualcuno, farò un bel lavoro e guadagnerò) e una motivazione
intrinseca, la più solida e duratura (imparo perché è bello sapere, perché
le cose sono interessanti in sé).
Proviamo a vedere questo aspetto della
motivazione dal punto di vista dell’insegnante che si domanda, sia egli
all’inizio della sua carriera o dopo anni di insegnamento, che cosa lo
spinga a fare il lavoro che fa.
Non certo un riconoscimento di tipo
sociale, avendo ormai la figura dell’insegnate perso quel prestigio che
aveva una volta, e neanche la prospettiva di fare un lavoro ben retribuito
e con possibilità di carriera, ma sicuramente la convinzione del valore in
sé di quello che fa e propone ai suoi allievi.
Quando parlo di convinzione del valore
intrinseco di ciò che facciamo intendo
a) essere convinti della validità, della
solidità, della scientificità di ciò che sappiamo, cioè della nostra
preparazione disciplinare e più ampiamente professionale
b) essere convinti che parte delle cose che
sappiamo vadano trasmesse agli apprendenti
c) essere convinti che ci sia un modo o dei
modi, delle strategie, per trasmettere queste cose
2. È a questo punto che l’aspetto della
motivazione si connette con quello della formazione iniziale. La mia ormai
quinquennale esperienza nella Silsis, al cui interno mi sono occupata sia
dell’insegnamento dell’italiano come L2, sia più in generale di educazione
linguistica, mi permette di fare alcune osservazioni a questo proposito.
All’interno delle scuole di
specializzazione docenti più giovani hanno la possibilità di incontrare
insegnanti con anni di esperienza nella scuola, impegnati a vari titoli e
livelli nelle SSIS, e che magari fanno parte di associazioni disciplinari.
Ciò offre loro l’occasione
a) di verificare quella preparazione a
livello di conoscenze disciplinari, che hanno fino a quel momento
acquisito, attraverso il dialogo, il confronto, la messa in discussione. A
questo proposito farei proprio un esempio legato alla mia esperienza: è
indubbio che un laureato, che si appresta a diventare insegnante di
lettere o che è all’inizio della sua carriera in quanto tale, ha delle
conoscenze nel campo della riflessione sulla lingua, conoscenze che gli
vengono dal suo percorso universitario. Non è però detto che tali
conoscenze siano scientificamente fondate o attuali. Formazione iniziale
allora significa sottoporre al vaglio ciò che si sa per fondarlo, per
arricchirlo, per renderlo più adeguato a ciò che nel campo dell’educazione
linguistica va maturando
b) di rendersi conto di quali siano,
all’interno del proprio bagaglio di conoscenze, quelle che possono e
devono essere trasmesse agli alunni a seconda dei diversi livelli di
scolarità, e quindi di età e di sviluppo cognitivo. È probabile che chi
viene da un certo corso di studi legato alle scienze dell’educazione
possieda già una preparazione di tipo pedagogico; resta però il problema
di conciliare questi due aspetti, cioè di essere consapevoli di quello che
un alunno a una certa età deve sapere e saper fare. È altresì importante
che corsisti e formatori si confrontino su aspetti fondamentali legati a
temi su cui si è molto lavorato e discusso in questi anni, mi riferisco ad
esempio alla definizione e precisazione del concetto di competenza e/o di
curricolo, all’importanza di spostare la nostra attenzione di docenti dai
semplici contenuti ai processi e alle abilità che sottostanno
all’acquisizione dei contenuti stessi
c) di acquisire tutta una serie di
strategie di tipo metodologico che si sono rivelate valide, sia perché
teoricamente fondate, sia perché nascono dalla didattica quotidiana. Sto
pensando a quell’insieme di buone pratiche di cui è esperto un docente che
ha alle spalle anni di esperienza e di studi nel campo della didattica e
quindi all’esigenza che la formazione degli insegnanti preveda numerosi
momenti a carattere laboratoriale.
Senza nulla togliere alla validità della
formazione a distanza, che ha un proprio ambito e scopo, condivido
tuttavia l’opinione di chi ritiene che nessuna formazione virtuale possa
sostituire quel confronto in presenza, interattivo e immediato che può
essere offerto a un insegnante all’inizio del suo percorso all’interno
delle SSIS, pur non negando che esistano nodi problematici ad esempio
legati, come molti in diversi ambiti fanno notare, alla struttura stessa
delle scuole di specializzazione all’insegnamento secondario. Tra questi
si può citare, a titolo di esempio, la necessità, da molti ravvisata, di
inserire moduli di lingua in tutti gli indirizzi disciplinari, dato che i
processi di apprendimento e insegnamento sono veicolati dalla lingua.
3. L’ultimo aspetto che voglio toccare è
quello della formazione continua. Sono infatti convinta che la formazione
di un insegnante non possa esaurirsi solo nelle prime fasi della sua
carriera ma che debba accompagnare ed essere un tratto distintivo di tutto
il suo percorso di insegnamento.
Parlare di formazione in itinere significa
parlare di aggiornamento, che non può né deve essere vissuto come
obbligatoriamente calato dall’alto, ma che deve essere sentito come una
esigenza da parte di ciascun docente. A mio parere, non è vero che gli
insegnanti non sentano questo bisogno: a questo proposito potrei citare un
corso sulla comprensione del testo di studio che Giscel e Lend hanno
tenuto quest’anno in collaborazione a Milano, e che ha riscosso un
notevole successo, tanto che non è stato possibile aprirlo a tutti coloro
che avrebbero desiderato parteciparvi.
Gli insegnanti quindi chiedono corsi di
aggiornamento seri e ben organizzati e nello stesso tempo cominciano ad
accettare l’idea che ci si aggiorni partecipando attivamente e portando un
proprio contributo, in termini di apporto di esperienze, di partecipazione
a laboratori, di apertura al confronto, ai corsi stessi.
Proprio per questo il Giscel, così come le
altre associazioni disciplinari, si è impegnato e continua ad impegnarsi
per rispondere nel modo più adeguato all’esigenza di formazione in itinere
da molti avvertita nel mondo della scuola.
Concluderò il mio intervento sottolineando
quale importanza abbia per un docente far parte di una associazione
disciplinare come, per quanto mi riguarda, il Giscel.
Se mi interrogo sui motivi che mi hanno
spinto ad entrare nel Giscel e che mi spingono a continuare a farne parte
trovo almeno tre ragioni, che penso possano essere condivise da chi, come
me, fa parte di una associazione come l’ADI–SD (Associazione degli
italianisti, sezione didattica) o il LEND (Lingua e nuova didattica) o
altre ancora non solo nel campo della linguistica e educazione
linguistica.
Allora che cosa ho trovato nel Giscel? La
possibilità
- di continuare a studiare, di imparare
nuove cose dal punto di vista teorico, ma anche la convinzione che queste
potessero trasformarsi in pratica didattica e quindi la messa in atto di
ciò che di mano in mano andavo imparando
- di confrontarmi regolarmente e
continuamente con altre persone su temi e aspetti significativi per la
nostra professione e professionalità; mi riferisco a quel “lavoro comune
intorno a un tavolo materiale” di cui parla Adriano Colombo, nostro
attuale segretario nazionale
- di mantenere viva quella curiosità
intellettuale che costituisce, a mio avviso, la molla dell’imparare ma
anche dell’insegnare; qua come vedete siamo tornati al punto da cui
eravamo partiti col nostro discorso: che cosa ci spinge a fare il lavoro
che facciamo.