La grammatica a scuola

Verso il XVI convegno Giscel...

a cura di Donatella Lovison e Vittoria Sofia

1. Prologo

C’è chi vuole che la grammatica sia una serie di regole astruse, fatte per tormentare i ragazzi che le devono imparare. E chi racconta  che insegni perfino il metodo migliore per tagliare un pollo.

Dei primi non serve dar conto; ma se non avete mai provato a tagliare un cappone “per grammatica”, leggete questa  novella[1], tradotta in un linguaggio moderno, del Sacchetti, scrittore fiorentino del Trecento.

C'era una volta un contadino benestante che aveva un figliuolo e due figlie. Essendogli morta la moglie, volle che questo suo figliuolo si facesse una posizione e lo mandò a studiare grammatica e legge a Bologna, città allora famosissima per gli studi.

Mentre il figliuolo era a Bologna a studiare, il contadino prese nuovamente moglie. Costei, che vedeva il marito spendere molti denari per mantenere onorevolmente il figliuolo fuori casa, incominciò a brontolare:

«Questo tuo figlio», diceva, «se ne sta laggiù a consumare denari, e io credo che non combini niente di buono, con tutto il suo studiare grammatica. Mi sembra, in verità, che sia soltanto un ‘corpo morto’. Nient'altro che un peso, per noi».

E così, ripeti oggi, ripeti domani, niente altro che ‘corpo morto ’ diceva per nominare il figliastro, tanto che la voce di quel soprannome che gli era stato affibbiato giunse anche all'orecchio del giovane studente.

Avvenne un giorno che egli tornò a passare le vacanze a casa.

Per il suo arrivo, il padre aveva fatto preparare un bel cappone, e, quando tutti furono seduti a tavola, la malevola matrigna sussurrò all'orecchio del marito:

«Fa' che sia lui a tagliare il cappone, e digli che lo tagli ‘per grammatica ’, così vedremo se ha davvero imparato qualcosa di utile».

Il giovane, che era assai sveglio, non si fece ripetere due volte l'invito, e, presosi dinanzi il piatto, cominciò a tagliare:

«Tu, babbo», diceva, «sei il capo della casa, e come tale ti spetta, appunto, il capo del cappone», e glielo mise nel piatto.

«Tu, madre, sei la donna di casa, e per questo devi tutto il giorno stare in faccende, ed andare su e giù per le stanze; dunque a te spettano le zampe del cappone» e gliele mise nel piatto.

«Voi, sorelle mie, dovrete presto volar fuori casa per sposarvi: che cosa potrei darvi, dunque, se non le ali?» e, tagliatele, ne diede una a ciascuna sorella.

«Quanto a me», concluse, «io non son altro che un ‘corpo morto’. Per questo mi prenderò questo corpo morto del cappone che resta sul piatto».

Ciò detto, si mise a masticare gagliardamente, lasciando stupefatti i parenti, che si erano accorti a loro spese di quanto valesse l'arte di tagliare un cappone per grammatica.

E se conoscere la grammatica significasse  semplicemente saper parlare e scrivere nella nostra lingua: che è, per fare un paragone, come conoscere il sistema per far funzionare un complicato motore? Per imparare il funzionamento di un motore, lo si smonta e lo si studia nelle sue varie parti; poi si rimettono insieme i pezzi, osservando attentamente come si collegano gli uni con gli altri; quando infine il motore è a posto, ben oliato e funzionante, lo si mette in moto.

Così procede la grammatica: essa studia uno per uno i vari pezzi che compongono la lingua italiana, come sono fatti, di quanti tipi sono, a che cosa servono; poi studia i modi con i quali questi vari pezzi si collegano tra loro, in modo da formare, con il loro armonioso accostamento, quella bella macchina che è una pagina scritta bene.

 A chi vuole esplorare il territorio con leggerezza prima di mettersi in viaggio, consigliamo le pp. 35-41 di questa deliziosa operetta di Edmondo De Amicis.

 http://www.pelagus.org/it/libri/L'IDIOMA_GENTILE,_di_Edmondo_De_Amicis_1.html

Scrivete i vostri commenti nel nostro BLOG

[1] Dalla raccolta “Trecentonovelle” di Franco Sacchetti, la cui nascita, in data e luogo, è tuttora considerata incerta (da Benci d’Uguccione Sacchetti in Ragusa – Dalmazia – 1330, o Firenze, 1335). Morì in San Miniato nel 1400, anche questo non certo.

Rimangono, delle trecento originarie, 223 operette poste ancora fra il meglio della nostra letteratura novellistica.