Notizie e commenti, a cura di Adriano Colombo

Sulla bozza delle Indicazioni Nazionali per i Licei (12 marzo 2010)

Sull'educazione letteraria

di Adriano colombo

La parte del programma di Italiano proposto per i licei dedicata alla letteratura comincia con un’enunciazione di “competenze”, che in parte hanno una vaghezza tale da poter essere adattate a qualunque forma e contenuto di insegnamento: «acquisire familiarità con la letteratura...», «riconoscere la specificità del fenomeno letterario, apprezzandone da un lato il valore estetico...». Meno generica l’indicazione che «Lo studente dovrà essere in grado di leggere, interpretare e commentare testi in prosa e in versi, di volta in volta attraverso gli strumenti dell'analisi linguistica, stilistica, retorica...»; ma di quali “testi” si parla qui? tutto lascia intendere che ci si riferisca alla lettura e interpretazione di testi precedentemente letti e commentati, cioè alla ripetizione di spiegazioni e commenti ricevuti da un insegnante o da un manuale, secondo la prassi largamente presente della scuola: cosa che può attestare la diligenza di uno studente (che certo va sollecitata), ma che ha ben poco a che fare con la formazione di un lettore di testi letterari competente. Appare remota dal programma l’idea che  la competenza di un lettore si misura quando è posto di fronte a un testo per lui nuovo, per quanto appartenente a un contesto con cui abbia familiarità e fornito degli indispensabili supporti di prima comprensione.

La sola indicazione che appare chiara e tassativa è quella di «concentrarsi sul profilo storico della letteratura italiana, dalle Origini ai giorni nostri»: in sostanza un’indicazione di contenuti da memorizzare, certo accompagnata dalla raccomandazione «fondandosi il più possibile sulla lettura diretta di opere (o porzioni significative di opere)», presente del resto nei testi programmatici almeno dal 1944 in poi, e che risulta di sempre più difficile applicazione via via che aumenta la massa delle prescrizioni di autori e testi da stipare nel tempo disponibile.

Nella parte sub “Obiettivi specifici di apprendimento” traspare appieno la concezione “patrimoniale” della cultura letteraria che ha ispirato i redattori del documento: la letteratura (italiana) è un patrimonio di testi canonici da trasmettere allo studente, tutti nell’arco di tre o cinque anni, in base al tacito presupposto che finita la scuola la voglia di leggere testi letterari gli sarà passata per il resto della vita. Il fatto che questo patrimonio si ampli nel corso dei decenni è solo uno spiacevole incidente che spinge a stipare ulteriormente il programma delle letture prescritte e ad anticipare l’inizio del percorso storico. Si aggiunge la preoccupazione di inserire nel primo anche la conoscenza dei classici dell’epica antica, che potrebbe non essere stata raggiunta nella scuola media. Il succo di questa concezione è stato limpidamente espresso più di quarant’anni fa: «Che siete colti ve lo dite da voi. Avete letto tutti gli stessi libri» (Lettera a una professoressa).

La raccomandazione di «non compromettere il gusto per la lettura, che resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione» appare patetica, nel momento in cui nel primo biennio le letture di precetto sono in una quantità tale da non lasciare nessuno spazio alla libera esplorazione di gusti, preferenze, incontri; non c’è dubbio peraltro che un incontro precoce con la poesia di Iacopo da Lentini sarà un ottimo viatico al gusto per le letture personali. Coerentemente, le indicazioni per il triennio (la scansione in “secondo biennio” e “quinto anno” è priva di qualunque significato) si riducono a un’elencazione di autori canonici. Il canone è notoriamente problematico per la seconda metà del secolo scorso e questo potrà alimentare inutili discussioni sulla presenza o assenza di un nome, ma non altera la sostanza dell’indicazione: che l’insegnamento di letteratura italiana continui a essere una frenetica cavalcata attraverso i secoli; ottimo fondamento alla coltivazione del gusto estetico, dell’analisi dei testi a diversi livelli e ad altre velleitarie enunciazioni.

Resta estranea al programma una concezione dell’educazione letteraria intesa non come trasmissione di un patrimonio, ma come formazione di un buon lettore di testi letterari: competente, dotato di strumenti di analisi e interpretazione e anche di punti di riferimento storico, e soprattutto curioso di nuove letture (non scholae, sed vitae); un lettore che non conosce e non presume di conoscere “tutto”, ma ha imparato a esplorare un territorio vasto, dai contorni indefiniti, promessa di incontri, scoperte, imprevisti. Come questa finalità possa articolarsi in scelte curricolari definite anche se libere, come possa portare alla definizione di vere competenze letterarie è stato proposto e sperimentato da tempo, ma queste proposte sembrano del tutto ignote agli autori del programma.

(aprile 2010)