Ruolo, fini e modi della formazione in servizio per il Giscel e i suoi gruppi regionali
Documento di indirizzo approvato dall’Assemblea di Vercelli, 22.9.2006
1. Condizione della professione di insegnante e
bisogni formativi, oggi
La condizione degli insegnanti della scuola italiana
attraversa un momento particolarmente difficile. Un motivo di sconcerto è stato
la brusca interruzione della riforma Berlinguer, che aveva suscitato
preoccupazioni, ma anche aspettative, e aveva prodotto le importanti Indicazioni nazionali per la Scuola di
base elaborate dalla Commissione De Mauro; sono seguiti cinque anni di una
“controriforma” gestita in modo confuso, autoritario e centralistico.
Il primo compito della formazione in servizio è
aiutare gli insegnanti a ritrovare serenità, riprendendo piena consapevolezza
del proprio ruolo professionale e sociale.
C’è una domanda di formazione indotta dalle
innovazioni legislative e amministrative, ammantate di inutile terminologia pseudopedagogica. Tale domanda non può essere elusa, ma
solo in quanto elementi di autentica professionalità possano filtrare
attraverso e nonostante le maglie burocratiche.
Il bisogno più vero, anche se non sempre espresso, è
di ritrovare, elaborare, sviluppare i fondamenti del fare scuola, e in primo
luogo del fare educazione linguistica, come risposta a un’esigenza di crescita
democratica del paese: in questo senso il messaggio delle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica ha una validità
che travalica i decenni.
2. Crescere nella didattica quotidiana
Al primo posto, nell’offerta formativa promossa o
ispirata dal GISCEL, deve essere ancora una volta la pratica didattica che si
svolge giorno per giorno nelle scuole: nelle aule, ma auspicabilmente anche
fuori delle aule, nelle ore di lingua e di lingue ma anche in tutte le altre. Il
ricorso a “progetti”, “laboratori” e altre iniziative - intese come
straordinarie o comunque a lato del lavoro d’aula - può essere molto proficuo a
patto che sia sorretto da una didattica di qualità in ogni momento “ordinario”
del rapporto educativo.
Per didattica di qualità intendiamo una pratica
ispirata ai princìpi delle Dieci tesi:
valorizzazione del plurilinguismo individuale e sociale, e dunque del
patrimonio linguistico di cui ciascuno è portatore; attività linguistiche
motivate da, o quanto meno regolate su, situazioni comunicative reali;
riflessione sulla lingua e sulle lingue improntata a un atteggiamento
esplorativo e non dogmatico né normativo. Il tutto tenendo conto che l’apprendimento
nasce in primo luogo dall’operare, con le mani e col cervello.
3. I contenuti della formazione
Quanto detto richiede che al centro della formazione
in servizio ritornino alcune parole d’ordine semplici e ormai antiche:
§ necessità per l’insegnante di una salda preparazione
scientifica e – soprattutto – di un atteggiamento scientifico di fronte ai
fatti di lingua;
§ coscienza del grande compito civile che impegna chi fa
educazione linguistica;
§ priorità della pratica e dello sviluppo delle abilità
linguistiche di base;
§ spazio adeguato, in questo contesto, alla cura delle
abilità ricettive;
§ attenzione
al conseguimento dei livelli di padronanza linguistica da garantire a tutti e
alla loro verifica
§ presenza contestuale delle attività di riflessione
sulla lingua, che occorre curare e sviluppare a partire dalla «capacità,
inerente al linguaggio verbale, di autodefinirsi e autodichiararsi
e analizzarsi» (nono principio della Tesi
VIII );
§ pratiche di apprendimento attivo, che impegnino in
ogni momento la mente e la fantasia degli allievi;
§ conoscenza, elaborazione critica e riappropriazione
creativa delle “buone pratiche” già sperimentate da molti insegnanti, che si
ispirano a questi princìpi.
4. La qualità della formazione
Una formazione in servizio di qualità deve incorporare
il principio dell’apprendimento attivo nei suoi modi di svolgimento: non
avrebbe senso contraddire nell’atto della formazione la pratica didattica che
si raccomanda.
La formazione si riduce a semplice informazione quando
non è accompagnata dall’attività collettiva di riflessione, rielaborazione,
applicazione creativa. Questo può essere inevitabile in date circostanze per
limiti di tempo e di spazio, ma bisogna sapere che tale pratica puramente trasmissiva è solo una delle tante opportunità formative e
può costituire uno stimolo allo studio individuale o una premessa ad attività
in cui «I contenuti disciplinari non sono ‘dati’ ma scandagliati dagli stessi
docenti, chiamati a compiere operazioni su di essi e con essi. E le operazioni
richieste sono le stesse che i docenti compiono nell’esercizio quotidiano della
loro professionalità: progettare percorsi, ipotizzare situazioni di
apprendimento, predisporre materiali…»[1].
Come l’educazione linguistica rispetta e valorizza il
patrimonio linguistico di partenza, così la formazione in servizio deve
rispettare e valorizzare la professionalità pregressa dei docenti in formazione.
«Niente del saper fare degli insegnanti è da buttare via e obsoleto. Le competenze
acquisite in ore, giorni, anni passati ad insegnare a schiere di bambine e
bambini, ragazze e ragazzi sempre diversi rappresentano un patrimonio
inesauribile di pratiche didattiche ed educative»[2]
Questo significa tra l’altro che la comunicazione
delle “buone pratiche” è diffusione orizzontale, da insegnante e insegnante,
più che trasmissione verticale da “esperto” a insegnante. La formazione in
servizio organizza spazi e momenti per tale diffusione, gli esperti la
agevolano con informazioni, reinterpretazioni,
generalizzazioni.
5. La formazione iniziale
Fin dalle
sue origini il Giscel ha posto la questione della formazione iniziale degli
insegnanti come centrale per le sorti dell’educazione linguistica. Indicazioni
importanti furono avanzate in proposito dal Giscel e dalla SLI già
nel 1985, riprodotte nel 1991 in appendice al volume La lingua degli studenti universitari.
Una
formazione iniziale degli insegnanti in appositi percorsi e sedi istituzionali ha
avuto un avvio nel nostro paese da pochi anni. Un confuso e improvvisato
tentativo di restaurazione (incluso nella “riforma Moratti”)
minaccia di farla arretrare, invece che farla crescere correggendo i difetti riscontrati.
Il Giscel si impegna a elaborare quanto prima proposte organiche in materia; fin
da ora però si può asserire che molti dei princìpi enunciati ai punti 3 e 4
possono e devono valere anche per la formazione iniziale.
6. Formazione “in linea” e in presenza
L’urgenza di interventi formativi per “grandi numeri”
ha portato il MIUR e gli enti ad esso collegati a privilegiare la formazione a
distanza per via informatica.
Il GISCEL intende accogliere e valorizzare l’apporto
che le nuove tecnologie possono dare alla formazione: possibilità di creare
archivi di ricerche ed esperienze a basso costo e facilmente accessibili,
possibilità di raggiungere e mettere in contatto insegnanti dispersi in sedi
isolate, ecc.
Il GISCEL ha partecipato e partecipa a progetti
formativi a distanza con lo scopo preminente di acquisire e valutare esperienze
sulle possibilità offerte dalle tecnologie più interattive e sofisticate.
In ogni caso riteniamo che nessuna interazione
“virtuale” possa sostituire interamente il confronto faccia a faccia e il
lavoro comune intorno a un tavolo materiale. Questi momenti, sia pure integrati
ai collegamenti in rete, restano imprescindibili in una formazione di qualità.
7. I circuiti istituzionali
Con le sue sole forze il GISCEL può raggiungere una
percentuale limitata del corpo insegnante, in sostanza una fascia di élite. Un’azione formativa più estesa
richiede di collaborare con gli enti istituzionali che dispongono delle risorse
organizzative e finanziarie necessarie. Esperienze positive in proposito non
sono mancate in passato.
Il GISCEL intende offrire le competenze scientifiche e
l’esperienza formativa di cui dispone agli enti ai quali la legislazione
attuale affida una responsabilità primaria nella formazione in servizio:
università, IRRE, uffici scolastici regionali, enti locali; preciserà la
propria offerta predisponendo moduli formativi definiti nelle grandi linee. Il
GISCEL ritiene importante e significativo confrontarsi con le istituzioni per
discutere forme e modi e, soprattutto, contenuti della formazione. Per questo è
pronto sia a partecipare a iniziative istituzionali in cui sia riconosciuta la
specificità delle sue competenze sia a confrontarsi alla pari con altri soggetti
o enti per definire nuovi obiettivi formativi.
Il GISCEL non partecipa a iniziative in cui sia
chiamato a svolgere solo un ruolo subalterno di mero fornitore di risorse umane
di progetti non condivisi.
[1]
Dal documento del GISCEL Sicilia Un glossario per la formazione.
[2] S. Ferreri, Non
uno di meno, La Nuova Italia 2002, p. 7.